Chus Martínez

LA DANZA DELLA VITA
SUBSENZIENTE E SUPERSENZIENTE.
SU CHIARA FUMAI 

 

Alcune pratiche artistiche prendono la forma di una ricerca sulla forza che dura tutta la vita: è questo il caso dell’opera dell’artista italiana Chiara Fumai. Il suo lavoro è un incredibile esercizio di racconto dall’interno delle qualità sensoriali della vita. Attraverso diversi mezzi espressivi, Chiara Fumai performa un fatto: la difficoltà di riuscire a concretizzare la dimensione immaginaria in maniera tangibile, visiva o aptica. La solidità è soltanto uno degli aspetti del reale, e nemmeno tra i più importanti, per quanto possa essere il più ovvio. Il filosofo John Locke diceva che «è impossibile creare personaggi immaginari se non si è dapprima creato uno spazio per loro». Per Chiara Fumai lo scopo dell’arte consiste proprio in questo: nell’assumersi il compito di produrre quello spazio. 

La vista immaginaria, l’udito immaginario, il tatto immaginario, il gusto immaginario e l’olfatto immaginario sono i tratti distintivi di una realtà espansa in cui la percezione reale e quella immaginata si imitano a vicenda.

Viviamo in un mondo che enfatizza costantemente l’importanza della consapevolezza della mente e della meditazione. Eppure ci mancano esempi concreti di come questi stati mentali possano interagire e mescolarsi con le nostre percezioni quotidiane. La meditazione, così come la consapevolezza della mente, vengono intese infatti come un qualcosa che possiamo performare solo separatamente da ogni altra cosa che facciamo o sentiamo durante la giornata. La meditazione assume così lo status di un esercizio sì fondamentale, ma dotato tuttavia di uno spazio e di un tempo propri e a sé stanti; come il Genio, insomma, la meditazione non può lasciare mai la propria lampada. Nelle mani di Chiara Fumai, però, la performance, la pittura, la scultura e il disegno dischiudono una possibilità di liberare il Genio. La sua pratica artistica e la sua energia personale erano dedicate proprio a questo: a mescolare la percezione sensoriale comune e il comportamento socialmente indotto con tutte le forze attive nei nostri mondi immaginati. 

 

FORME DI CONTRADDIZIONE
La performance le permetteva di performare. E non è un mero espediente retorico; è il suo metodo. Interessata alla magia, all’anarchismo, al femminismo, a tutte le forme ideologiche e tutti i discorsi del potere e dell’oppressione, Fumai interpretava la performance come una sostanza penetrante e onnicomprensiva attraverso la quale lei stessa – e con lei la pratica artistica – poteva esaminare a fondo tanto le idee espresse in tutte queste pratiche e nelle loro strategie quanto i modi in cui la voce e il corpo agiscono all’interno delle idee e dei valori. 

Figure storiche come Valerie Solanas, Ulrike Meinhof o Annie Jones le hanno fornito un palcoscenico su cui mettere in scena le contraddizioni intrinseche nei loro diversi discorsi e nelle loro azioni, offrendole al contempo anche l’opportunità di mostrare al suo pubblico l’integrità essenziale propria delle azioni radicali e delle pratiche femministe e magiche. Il pensiero e la pratica qui diventano una cosa sola. Al cuore dei suoi vari interessi c’erano tre concetti chiave del pensiero moderno occidentale: la libertà, l’uguaglianza e la sorellanza. E lei li ha messi a nudo, più e più volte, sottolineando il loro essere per natura in conflitto l’uno con l’altro. Chiara Fumai performava proprio questa battaglia: adottati i personaggi, ne assumeva le voci, ma mostrava anche apertamente il dolore, il dolore profondo, delle contraddizioni inerenti a questi tre concetti fondamentali e il modo in cui plasmano e influenzano la concezione occidentale della libertà. Fumai viene sempre descritta come un’artista affascinata dalle sperimentazioni dell’occultismo, soprattutto perché, parlando del suo lavoro, lei stessa spesso ha ricordato come la sua fascinazione precoce per il rito cattolico l’avesse condotta alla «spiritualità» radicale di Aleister Crowley e Madame Blavatsky. Tuttavia la sua non era una mera fascinazione aneddotica: era, invece, una ricerca ben dentro il nesso che tiene insieme anarchismo individualista, socialismo, occultismo e femminismo. Il suo lavoro non riproponeva meramente gli «aspetti bizzarri» delle principali controculture moderne, bensì dichiarava che, paradossalmente, queste rappresentano un limite l’una per l’altra e dunque il loro potenziale di liberazione potrebbe essere inferiore a quello che a noi piacerebbe attribuirgli, o addirittura pari a zero. Il suo lavoro era basato su uno studio profondo dei testi e delle personalità, e spesso prendeva la forma di una densa «scrittura» inframezzata da una miriade di esempi. Esempi di voci che ci riferiscono esempi di pratiche. Questi esempi aiutano lo spettatore a capire le idee attraverso l’esperienza incarnata concreta; entrare magicamente in connessione con i diversi personaggi allevia il peso di una mera lettura arida e razionale di queste idee filosofiche. Attraverso la sua messa in scena, l’individuo abbandona la dimensione del «passato», smette di essere un ricordo o parte di una tradizione legittimata e viene collocato nel presente. Questo atto – quello di collocare il passato nel presente facendo riferimento a un testo o a una particolare pensatrice, a un’attivista, a un mago ecc. – richiede uno sforzo incredibile, non da ultimo perché l’obiettivo primario di Fumai non era quello di essere teatrale, bensì quello di far rimanere queste voci nel presente, in modo che non se ne andassero più via, né dal corpo né dall’esperienza. Questo sforzo impossibile è il nucleo fondamentale delle sue performance. Una volta mi disse: «Io sono tutti i freak del futuro». Intendeva dire che era una visionaria per il fatto stesso di lavorare con lo scopo di far confluire tutte queste forze e personalità uniche e dar loro nuovamente la possibilità di far parte di una comunità reale. Il suo lavoro ha la logica di un evento storico: si presenta come un fatto esterno realmente accaduto ed è capace di toccare personalmente tutti questi individui del passato, e in modo quasi assurdo di toccarli tutti da vicino, avvicinandoli a noi e influenzando così i termini stessi della nostra forma contemporanea di società: la collettività. Sì, in effetti è una cosa che potremmo chiamare magia, o salto quantistico che destoricizza l’eccezione. 

Perché? La mia lettura è che Chiara cercava dei possibili modi per cancellare la violenza. I movimenti di liberazione sono pratiche violente, e Chiara Fumai individuava il nemico nell’umano, nella nostra natura violenta, nella legittimazione religiosa del dolore. Libertà, democrazia e un’immaginazione del mondo come dimora di creature umane e non umane. Corpo-confine, case-bunker, paure-sensazioni, familiarità alienate… Non riesco a immaginare atto più rivoluzionario – e uso la parola intenzionalmente, dopo averla evitata da sempre – che costringerci a riflettere e amare. Vedo una similitudine fra il lavoro di Chiara Fumai e quello dei poeti mistici della Spagna del XVI secolo. Chiusi nelle proprie celle, quei poeti praticavano – precorrendo i secoli – la possibilità di far rivivere, collegare, amare e prendersi cura di un mondo malgrado i loro occhi e le loro mani e il loro corpi non ne fossero parte.

Hannah Arendt coniò un bel concetto per descrivere questo stato: la mancanza di mondo. Se con la parola mondo si intende lo spazio della politica, allora perdere il mondo vuol dire perdere anche la politica, con tutti i pericoli che tale perdita comporta. Diventa allora un imperativo imprescindibile, in questa assenza-del-mondo, quello di praticare modi che permettano di trovare un legame fra le persone e mantenere vivi i decenni di sforzi già profusi per estendere il legame sociale alla natura. Ed è in questa assenza-del-mondo che dobbiamo fare uno sforzo per reinventare il più importante degli elementi che sia capace di supportare tale legame: una dimensione pubblica. 

Chiara Fumai era una postumanista convinta. Performava il mantra del filosofo Max Stirner: essere «l’uomo e il non-uomo allo stesso tempo».1 Il suo mondo insisteva sulle contraddizioni umane – le nostre miserie classificatorie, i nostri sforzi di liberazione – ma non era pensato per fermarsi a questo. Nel sistema capitalista, la vita e la morte dell’essere umano sono state e sono ancora profondamente intaccate dalla logica dell’accumulazione del capitale. Da qui il suo interesse per l’anarchismo e la spiritualità: entrambe sono vie di fuga. Chiara Fumai suggeriva però un approccio basato sul continuum che unisce la cultura a tutte le forme di alterità. Non ha avuto il tempo di sviluppare tutto questo a fondo, eppure nel suo lavoro l’immaginazione e la natura sono intese come forme che servono a localizzare la senzienza e, così facendo, superare le concezioni materialistiche della cultura. Idealmente l’arte – attraverso gli artisti – costituisce la sostanza che rende possibile una compenetrazione perfetta fra l’umano e il non-umano. L’arte inventa i delicati strumenti che prima o poi consentiranno una trasmissione quasi fotosintetica tra i modi in cui gli umani vedono il reale e tutti gli altri modi non-umani. Le energie saranno allora trasformate in un flusso positivo e fertile fra sistemi, che somiglierà a un’elaborata danza.