BECAUSE THE NIGHT:
PIPPI LANGSTRUMPF VS CHIARA FUMAI;
INTERVISTA CON MARCELLO BELLAN
Nel 2003, muovendo i primi passi all’interno del panorama creativo milanese, Chiara Fumai si avvicina dapprima all’ambiente musicale, lavorando come art director alle Lobby Night del Rocket – un club underground il cui programma internazionale segnerà una generazione – poi intraprendendo la carriera di DJ con lo pseudonimo di Pippi Langstrumpf, infine fondando nel 2008, con Elisa Colonna, l’etichetta discografica Dischi Bellini. È ancora pienamente attiva nel mondo della musica quando inizia, nel 2007, a produrre le sue prime opere, avendo cura di tenere però ben separati i due ambiti di espressione, finché nel 2009 deciderà di dedicarsi interamente alle arti visive.
L’intervista che segue mette in luce come alcuni aspetti della sua pratica creativa – la componente istrionica e la passione per la messinscena, gli interessi eclettici, la capacità di scegliere e mettere insieme cose diverse, trasformandole attraverso il montaggio, la cura per tutti gli aspetti del processo produttivo, il desiderio di valorizzare figure femminili – sviluppatisi in ambito musicale, passano poi nella pratica artistica, diventandone elemento fondante.
Questo periodo iniziale del suo percorso, che è rimasto spesso in ombra nella lettura del suo lavoro, viene qui raccontato da Marcello Bellan, originale organizzatore nella scena della musica elettronica e dance dei primi anni Duemila, all’epoca compagno di Chiara e suo partner nella direzione artistica delle serate al Rocket di Milano.
Cristiana Perrella: Come hai conosciuto Chiara?
Marcello Bellan: Ci siamo conosciuti tramite degli amici comuni che si occupavano di musica, un DJ produttore di Milano che ha lavorato molto a Torino, Luca Baldini, e Sergio Ricciardone, direttore artistico del festival internazionale Club To Club, che avevano insieme il progetto Drama Society. Chiara forse era già venuta a qualche mia serata, avevamo un pò di anni di differenza, io sono nato nel ’73 e Chiara nel ’78. Io ero già da tre-quattro anni nel mondo della musica, e della musica elettronica in particolare, a Milano ma anche a Bologna, dove ho sempre avuto un legame con il Link. A Milano un corrispettivo del Link come luogo creativo e produttivo non c’era.
CP: Chiara non era troppo giovane per frequentare il Link e quel giro?
MB: Sì, infatti, perché la generazione del Link era quella precedente alla sua. Ma Distorsonie, il primo festival di musica dance elettronica, a cui collaborava Andrea Lissoni e che si svolgeva nel Link di via Fioravanti, la storica sede del club dal 1994 fino al 2004, era comunque un evento di riferimento anche per i più giovani.
CP: Come festival di riferimento in quegli anni c’era anche Netmage – prodotto e curato da Xing, organizzazione culturale in cui confluivano alcune delle energie creative del Link – che tra l’altro è stato un luogo anche di conoscenza, scambio, aggregazione importantissimo per una generazione che si muoveva tra l’arte e la musica. Anche per Chiara – che aveva partecipato a Netmage 11 – quel festival era stato il tramite di nuovi rapporti, di relazioni anche di lavoro sul crinale tra arte e musica?
MB: In quei primi anni della sua carriera Chiara era molto «intimista» e poco, molto poco, sociale. Non andava mai agli eventi degli altri, almeno fino al 2007/2008, probabilmente anche dopo. Il suo modo di approcciare le cose era attraverso lo schermo, poteva benissimo scrivere a qualcuno che non conosceva per dirgli che apprezzava il suo lavoro ma non sarebbe mai andata a stringergli la mano dicendogli «sei bravo, mi piace quello che fai». Al Link è venuta qualche volta, ma di solito ci andavo da solo anche quando stavamo insieme. Lei amava molto di più la distanza. Poi nel tempo si è più sciolta, sicuramente, ma è sempre stata molto concentrata su se stessa, non era tipo da pubbliche relazioni o da scambio di idee. Tutta quella parte che ha a che fare con l’incontrarsi a cena o andare fuori dopo la mostra, conoscersi un po’ meglio, lei la saltava volentieri.
Rispetto alle varie scene musicali che si stavano formando in Italia in quegli anni, Chiara si è mossa sicuramente in maniera molto individuale, ha cercato più di costruirne una sua a Milano piuttosto che aggregarsi a quella esistente che, va detto, era comunque un po’ crepuscolare, in decadenza. Negli anni in cui ho iniziato io c’era un dialogo forte tra il mondo dei club, come il Plastic, e quello più alternativo dei centri sociali. Poteva esserci il DJ della Riviera Adriatica che veniva, ma c’era anche la sala house in cui sembrava di essere all’Echoes di Riccione, c’erano persone che si vestivano diversamente, che avevano gusti diversi, che però stavano bene nello stesso luogo, magari in sale diverse. Anche al Link succedeva questa cosa, mi ricordo le serate house del mercoledì, a cui partecipava un pubblico che non avrebbe mai frequentato altre situazioni al Link. Quando è arrivata Chiara, questo scambio, questi incroci, già non c’erano più, quindi lei è andata per la sua strada. Aveva indubbiamente una passione per la musica dance, per ciò che ha a che fare con il ritmo, con il movimento, anche con il ballo (magari un po’ sbilenco). Non le è mai piaciuta la house, cioè la musica fatta proprio per danzare, però quella con un certo ritmo, con una forza del beat, quello sì. Aveva uno spirito che potrei definire «burlesco». Adorava Luigi Ontani, l’ironia, il travestimento. Tutto ciò che faceva nella musica era un po’ il riflesso di una visione surrealista, parodistica anche, delle cose. Le piaceva per questo l’Italo disco, le piaceva ma ne prendeva anche un po’ in giro i veri mostri sacri degli anni Ottanta. Mi ricordo che Alexander Robotnik venne a una nostra serata al Rocket e lei un po’ ne rispettava l’autorità, un po’ lo prendeva in giro. I comunicati stampa che scriveva per la serata Lobby al Rocket erano sempre molto ironici. Rifiutava che ci si prendesse troppo sul serio, soprattutto nel nostro ambito. Metteva il cuore in quel che faceva ma riusciva sempre a conferire una nota ironica, burlesca appunto.
CP: Guido Costa, il gallerista di Torino con cui Chiara stava preparando la sua ultima mostra – che la conosceva dalla sua prima performance artistica a Guarene, Chiara Fumai presenta Nico Fumai, di cui la mostra torinese era un «remix» – nel parlarmi di come lavorava al progetto ha molto sottolineato il desiderio di uscire dalla cornice dell’esoterismo, del femminismo radicale da cui il suo lavoro era perimetrato, per far emergere nuovamente un aspetto giocoso, ironico, tirando fuori la sua natura più istintiva e un certo «randagismo» che la musica aveva accolto e consentito…
MB: Sono d’accordo, l’intellettualizzazione nella musica era poca. Il passaggio dalla musica all’arte per Chiara si è svolto in modo comunque molto fluido. L’attenzione per l’elemento visuale è sempre stata forte per lei, anche in campo musicale. Le interessava occuparsi della direzione artistica delle serate, non solo suonare, utilizzare le proprie immagini per la comunicazione – all’epoca lavorava al computer con uno stile molto manga, ma le piaceva anche disegnare –, e anche per gli ospiti internazionali, in alcuni casi anche abbastanza importanti, la parte visiva era sempre la sua.
CP: Che immagini usavate oltre ai disegni?
MB: Molto cinematografiche. Per esempio Adriano Canzian – DJ e producer che è venuto spesso a Lobby, il primo italiano a pubblicare con la leggendaria etichetta tedesca International Deejay Gigolo Records – lavorava sulla pornografia. Era il 2003/2004, l’epoca dell’electroclash, e c’era questo ritorno poco astratto e molto concreto della musica elettronica a elementi di collage. Lobby era proprio centrato sul taglia e cuci di immagini rubate, piuttosto che sul classico VJing disegnato.
CP: Ecco, parliamo di Lobby: quindi Rocket, Milano, primi anni Duemila. Come avete iniziato? Era una serata che organizzavate insieme, no?
MB: La organizzavamo insieme con una terza ragazza, Kiara Andres, anche lei DJ, due serate al mese, due giovedì, di solito uno con un ospite internazionale e uno in cui eravamo noi a mettere la musica. Era nata come una collaborazione tra donne, prevalentemente: c’era Chiara, l’altra Kiara, e io che mi occupavo della parte più logistica e organizzativa, perché già avevo portato in Italia un po’ della musica internazionale e avevo qualche legame, e quindi mi era più semplice provare a convincere i musicisti a venire in un posto molto piccolo – perché il Rocket era in realtà più un bar che un club. E così si riempiva e arrivavano anche cinquecento persone, che stavano una sopra l’altra. È un posto che ha funzionato pur nelle sue piccole dimensioni, anche nel suo essere sudatissimo, una cave, un sottosuolo. Io mi occupavo di tutti gli sbattimenti e loro della parte più divertente.
CP: Quindi Chiara sceglieva gli ospiti e poi metteva musica con le altre nella seconda serata, oltre a occuparsi dell’art direction. Come aveva iniziato a suonare?
MB: Con molta parsimonia. Ha iniziato a sentirsi tranquilla verso il 2004. C’è sempre un po’ di paura di sbagliare quando vai in consolle, il Rocket è stato anche il suo laboratorio, dove ha avuto modo di provare svariate volte, prima un quarto d’ora, poi venti minuti, per poi riprendere, poi lasciar perdere, poi suonare a una serata, poi passare ad altro… quindi con molta libertà.
CP: E qual era il territorio in cui ha mosso i primi passi? Che tipo di musica metteva?
MB: Era più l’electro-techno, amava il suono rave degli inizi, la disco elettronica si è aggiunta in un secondo momento. All’inizio i suoi riferimenti erano Drexciya, la techno classica di Detroit, e tra gli italiani Lory D.
CP: Si è dunque mossa musicalmente tra due poli abbastanza distanti: da un lato l’ironia dell’Italo disco e dall’altro il lato un po’ più oscuro della techno, a cui probabilmente arrivò partendo dal suo interesse originario per la scena post-punk. Come si combinano queste due predilezioni, qual è l’humus culturale nel quale si riescono a sviluppare tutte e due? Aveva un suo percorso personale o è uno sviluppo che si inserisce in un contesto più generale?
MB: Fondamentale è stata la scena che negli anni Novanta-Duemila ha ripreso l’Italo disco tradizionale, quasi sempre in una maniera più dura e più nordica. Le varie etichette e artisti olandesi che sono un po’ il centro di questa ripresa, Clone Classic Cuts, I-F (Interr-Ference), che Chiara seguiva e che sono ancora in giro, hanno riproposto il genere in una chiave molto scura, come è accaduto anche in Francia. L’Italo disco originaria era solare e più vicina alla disco degli anni Settanta, ma la sua ripresa è avvenuta in chiave più techno. Il percorso di Chiara si inquadrava dunque in una wave generale. L’elemento che veniva ripreso era quello sporco e punkettaro dei Krisma e di Baldelli, piuttosto che quello delle discoteche di Riccione. Anche i vari protagonisti della scena romana, Marco Passarani, Francisco, sono sempre stati DJ da 130 battute al minuto, comunque musica veloce, non musica da 80 o 90 BPM. Musica che viaggia ai ritmi della techno. Perché l’oscurità è anche fatta di velocità e di frequenze, quindi battute belle larghe, pesanti. Poi sono state recuperate le melodie, una certa giocosità dell’Italo disco, magari i campioni, però è stato un lavoro di restyling abbastanza importante. In Italia Francisco è ancora su quella linea, tra ironia e groove, forse un po’ più cinematografica adesso. Però sì, Chiara aveva sicuramente due anime, due campi d’interesse, quindi andava assolutamente bene su entrambi i cavalli, e poteva passare dall’uno all’altro in maniera agevole. Ci vuole abilità.
CP: Un’abilità che passa poi anche nella sua pratica artistica, che è molto influenzata dalla sua carriera di DJ, in particolare per quel che riguarda la capacità di scegliere e assemblare cose molto diverse, ricontestualizzarle, dar loro un ritmo diverso. Ma mi sono fatta l’idea che anche un altro elemento possa aver transitato dalla musica all’arte, e cioè che l’Italo disco potrebbe aver fornito anche un punto di partenza a Chiara per il tema che poi ha contraddistinto le sue performance, quello dell’identità, degli alias e delle incarnazioni. Nella sua pratica artistica Chiara è sempre come abitata da entità diverse, diventandone il veicolo e parlando attraverso di loro. Nell’Italo disco originaria è pratica frequente che cantanti professionisti prestino la propria voce a personaggi-immagine che appaiono sulle copertine dei dischi e si esibiscono in playback in televisione o in discoteca. Lo stesso cantante può essere dietro diversi progetti, e i corpi altrui diventano il tramite visibile, l’identità pubblica della sua voce. Ho pensato che per Chiara l’idea di un corpo che dà voce ad altre presenze potesse esser nata anche da questo stimolo. Secondo te è un’idea che ha fondamento?
MB: Io credo che la musica non sia stata un momento passeggero nel percorso di Chiara, ma un momento fondativo, quindi certe modalità ha senso che siano germinate in quel contesto e che poi abbiano assunto nell’arte una maggiore presenza e una maggiore forza. Nella musica lei si è formata e ha continuato ad avere interessi musicali almeno fino al 2011, non smettendo mai comunque di ascoltare cose nuove, comprare dischi, avere etichette di riferimento. L’interesse per l’Italo disco secondo me è fondamentale nella sua visione della messinscena, in cui c’è un aspetto frontale e uno nascosto, e quello nascosto è sempre riferito a un passato che ritorna – in maniera all’inizio burlesca –, al rimettere in scena la vita di qualcun altro, un po’ come una burattinaia. Vite talvolta inventate, come nel caso di Nico Fumai, figura mitica ed eclettica di musicista Italo disco, che prende il nome e l’identità del padre di Chiara. Che poi è una figura inventata fino a un certo punto, perché ci sono comunque molti riferimenti alla vera vita del padre. Magari non era un gigolò a tempo pieno, non un musicista a tempo pieno, come nel personaggio che lei descrive, ma insieme alla dimensione inventata c’era anche molta realtà. Il padre avrebbe veramente voluto cantare, aveva comunque delle velleità artistiche, però il suo disco non si è mai fatto. Lei lo ha immaginato e messo in scena.
Sicuramente poi il mettersi nei panni di figure della storia del femminismo è stato uno scarto ulteriore: Chiara ha lavorato su una modalità diversa della performance, mettendosi in gioco non più come burattinaia ma come corpo in scena, ed è stato un grosso cambiamento, c’è stato sicuramente uno iato tra il primo passaggio e il secondo. Probabilmente anche nella messa in scena ha cominciato ad avere più responsabilità e seriosità, al di là dei personaggi scelti, che di certo erano meno burleschi.
CP: Mi fermerei su questo discorso dei personaggi e del femminismo che hai introdotto, perché prima parlavi delle serate al Rocket come di un progetto molto al femminile. Chiara ha anche fatto parte di female:pressure, un database di DJ e produttrici che promuove una maggiore presenza di donne nella scena elettronica fondato da Electric Indigo (Susanne Kirchmayr). Quindi mi chiedevo: il femminismo, che era un elemento così importante nella sua pratica artistica, lo era anche in ambito musicale? Quello della musica elettronica è sempre stato un mondo piuttosto maschile, se non maschilista…
MB: Sì lo è, o lo è stato, adesso non seguo più tanto la scena. Magari è cambiato, però sì, maschilista in buona parte, anche solo per la presenza come protagonisti sempre di figure maschili. Non so perché, forse per il rapporto con la tecnologia. Però nella scena francese c’erano tante donne, per esempio in quel club di Parigi che per alcuni anni ha dettato la linea, il Pulp, con le one night Kill the DJ. Comunque Chiara mi prendeva in giro dicendo che io ero il loro Ivan Smagghe.
CP: Ma questo cercare di compattare il fronte femminile, di mettere insieme più donne in un mondo che era prevalentemente maschile, da parte di Chiara poteva essere inteso come una forma di militanza?
MB: Diciamo che era una militanza molto praticata, ma non ancora teorizzata. All’epoca non conosceva ancora i testi femministi, però le interessava l’idea di costituire una comunità femminile, anche se non in maniera contrappositiva, escludente. Ecco, lo spirito era: «anche noi riusciamo a farlo, possiamo farlo», non «togliamo delle posizioni agli uomini», era molto pacificata. Le piaceva l’idea di organizzare, di tenere in mano le fila di un progetto di serate gestito da donne. Mi ricordo che quando andammo insieme a Pechino nel 2006, per I’mPULSE, un workshop internazionale per DJ emergenti dall’Europa e dall’Asia, le invitate erano in buona parte donne. Io ero là come giornalista, in realtà, infatti poi scrissi un articolo.
CP: È stato quando Chiara scrisse un diario su Pig Mag?
MB: Sì. E quello è stato un momento importante per lei, perché erano due settimane di laboratorio – credo il primo momento di confronto internazionale a cui partecipasse – con figure che venivano da luoghi diversi del pianeta, organizzato da un’associazione asiatica. E fu un bel passaggio, perché ancora non aveva avuto occasione di mettersi alla prova in locali grandi, non le era mai capitato di mettere i dischi davanti a mille persone: fu in Cina la prima volta, al Tango. È là che ha iniziato a usare lo pseudonimo Pippi Langstrumpf; prima, al Rocket, si faceva chiamare Dja-vù. A Pechino si era sentita subito a proprio agio, aveva il mito dell’Estremo Oriente, della Corea, della Cina, del Giappone. Acquistò anche molta sicurezza… Sai, quando si va in un club in cui la consolle è lì in alto e tutti ti vedono è un’altra cosa rispetto a suonare in un bar tranquillo.
CP: Infatti dal diario sembrava entusiasta dell’esperienza, e anche molto curiosa di approfondire la conoscenza della scena musicale locale. Era una curiosità orientata oppure onnivora, quella per la scoperta di nuove scene? A Milano, per esempio, Chiara ha portato la suomi techno…
MB: Il filo era l’interesse per l’Italo disco, un interesse trasversale per cui puoi avere un gruppo in Finlandia e uno in Nuova Zelanda. Nel 2007 organizzarono una reunion delle glorie dell’Italo disco da qualche parte vicino Mantova, e c’era un po’ di tutto, io non sono andato, ma lei sì.
CP: Parlando di contesto culturale, quali sono secondo te gli incontri più significativi che Chiara ha fatto in quegli anni e che cosa ha segnato il suo percorso musicale, e non solo? Ci sono delle figure importanti?
MB: Una cosa importante, anche se breve, è stato il suo percorso nel mondo del design e dell’architettura, sebbene dopo la laurea lo abbia abbandonato. Il lavoro che ha fatto alla Segheria di Tanja Solci – dove si occupava di pubbliche relazioni – le ha permesso di conoscere i designer olandesi, i vari Maarten Baas, Richard Hutten, Droog Design… c’erano tutti nella Segheria, erano persone abbastanza eclettiche, e questa apertura e questa orizzontalità era molto in sintonia con lei.
E poi sicuramente abbiamo conosciuto assieme un po’ di personaggi della musica che l’hanno influenzata. Francisco è stato importantissimo, una persona a cui lei si riferiva, si scrivevano molto, e poi Marco Passarani, tutti e due per una certa capacità di essere fuori dalle mode, di essere degli evergreen, non curarsi della tendenza del momento ma essere sempre in linea rispetto ai propri interessi, a un proprio percorso, mi viene da dire, morale. Poi Robotnik, fiorentino, Bottin, più giovane ma un’altra personalità originale della scena club in Italia, e stranieri come i Dirty Sound System, francesi, anche art director, magari non degli innovatori ma con una cultura musicale immensa e un archivio musicale altrettanto grande, capaci di mettere assieme compilation bellissime, del giro Kitsuné di Parigi, però molto meno dance e anche rock, molto eclettici. Chiara nei suoi DJ set in realtà non era così eclettica, perché per passare così da un genere all’altro ci vogliono anni e anni di esperienza, anche solo dal punto di vista tecnico, però era una qualità che la colpiva.
CP: Con la scena romana c’erano rapporti? A parte riferimenti come Lori D. Dissonanze è stato un festival che Chiara frequentava?
MB: Di nuovo: come contatti no, io sono andato qualche volta a Dissonanze, ma lei non è mai venuta. Seguiva sempre il programma, comunque, anche se a distanza. Però non le andava di spostarsi. Aveva sempre una grande attenzione ma da lontano, anche per Club2Club. C’era un po’ di ritrosia in lei, le piaceva l’idea di essere protagonista oppure di non esserci proprio, e farsi raccontare le cose dagli altri.
CP: Nel 2008 Chiara, insieme a Elisa Colonna, fonda la sua etichetta discografica chiamata Dischi Bellini, che pubblica una compilation chiamata The Church of Pippi Langstrumpf (con copertina fatta da Chiara), di cui Damir Ivic su Mucchio Selvaggio scrive una recensione entusiastica: «Trattasi non di un LP di un singolo artista bensì di una raccolta, e pure qua sapete che tendiamo a lesinare recensioni, visto che ormai di raccolte e mix cd è pieno il mondo a livelli quasi insostenibili, soprattutto quando le raccolte e i cd mix medesimi sono inutili, privi di personalità e di particolari motivi di interesse. Cioè nel novanta percento dei casi. Qua invece la serie di brani assemblata da Chiara Fumai (il vero nome di Pippi Langstrumpf) fornisce un ritratto vivo, pulsante e molto attuale della scena nu disco. Il nu è importante, perché qua non siamo alle prese con nostalgismi calligrafici, ma in tutte le tracce il corredo sonoro è risincronizzato al nuovo millennio, pur essendo espliciti i rimandi e gli omaggi alla (Italo) disco. Risultato: si ascolta tutto molto volentieri. Consigliatissimo. Molto meglio di quasi tutto il materiale nu/Italo/eccetera in circolazione da un paio d’anni a questa parte».
Qual è stato il percorso che ha portato Chiara a realizzare Dischi Bellini, progetto già post-Italo, più orientato a captare i suoni della nu disco che al revival?
MB: Su Dischi Bellini, devo dirti la verità, non so molto, ci frequentavamo ancora però non ne ricordo bene la genesi. Ricordo solo che è stata un’evoluzione di Don’t Cut Spaghetti, l’etichetta di Elisa Liz Colonna.
CP: Torniamo allora a Nico Fumai, che è l’alfa e l’omega del suo percorso artistico e il punto di snodo tra musica e arte. Tu eri presente durante la genesi di quel progetto, nel momento in cui il lavoro di Chiara ha preso una direzione più esplicitamente art-oriented. Quale esigenza ha determinato questo passaggio?
MB: Il passaggio è avvenuto in totale continuità. Chiara non era una che andava alle mostre, il mondo dell’arte contemporanea non era per lei un riferimento, lo era sicuramente di più il design, ma anche quello le interessava fino a un certo punto. Non voglio dire che sia capitato per caso, ma di certo non era un suo obiettivo preciso, una sua ambizione. Più che un’artista aspirava a essere un’art director, il deus ex machina dietro una sfilata o una mostra di qualcun altro, un concerto o una serata, le piaceva l’idea di controllare dalla A alla Z tutto il percorso della realizzazione di un evento. Quando nel 2008 arrivò la proposta di esporre a Careof fu uno stimolo per lei a produrre delle cose ad hoc. Aveva già fatto un video in Grecia, I’m a Junkie – una sorta di videoclip in cui impersona in lip synch una cantante greca degli anni Trenta, Roza Eskenazi – e i lavori con le bamboline di carta, Me and Cotton Lily, che erano state esposte alla galleria Conduit di Londra. Ma una mostra era una cosa diversa, c’era bisogno di più impegno, erano due sale. La fece volendo parlare più al mondo della musica, più al suo pubblico Italo disco che a quello dell’arte. Chiara Fumai presenta Nico Fumai era un racconto che si muoveva attraverso delle schegge, attraverso qualche foto, un po’ una spy story: dov’è finito Fumai, dov’è stato tutti questi anni? Era il racconto dell’uomo famoso poi decaduto, un po’ la storia tipica dei protagonisti dell’Italo disco, che non sono diventati delle superstar restando sempre sul punto di riuscirci. Per riportarli in vita deve arrivare qualcuno che fa un po’ l’archeologo.
CP: Dopo Nico Fumai, dove il tono parodistico, in qualche modo giocoso, è ancora molto leggibile, Chiara si orienta verso altre atmosfere, abbandonando i riferimenti espliciti al mondo musicale. Come è avvenuto questo ulteriore passaggio?
MB: A quel punto le nostre strade si erano già separate, anche se continuavo ad andare a vedere le sue mostre. Io non ero d’accordo sul percorso che stava prendendo, aveva iniziato a interessarsi di maghi, di esoterismo… mi sembrava lontano dalla sua natura. All’inizio frequentava maghi che erano dei pagliacci, cialtroni, al massimo dei prestigiatori di bassa lega che potevano esibirsi nei night club, e lei ne era consapevole. Mi ricordo una volta venne nel mio studio con uno di Bari, non so dove lo avesse trovato. Lì ci siamo allontanati, lei era convinta che fosse la strada giusta e quindi ha proseguito, ed essendo una persona molto integralista ha rotto i ponti. Dopodiché ha anche viaggiato molto, dal 2009 ha fatto residenze ovunque ed è diventato difficile frequentarla.
