Milovan Farronato

LE MUSE INQUIETANTI DI CHIARA FUMAI:
TRA VERITÀ E MENZOGNA

 

Il mio nome è legione, perché siamo in tanti.
Vangelo secondo Marco 5,9

 

Il testo che segue è basato sulla mia intima corrispondenza, professionale e personale, con Chiara Fumai. Avvertenza e modalità d’uso: intendo avvalermi, come d’altronde l’artista, dell’ausilio delle appropriazioni testuali, saccheggiando dai pensieri a me riportati senza dichiararlo ogni volta. Ciò che è posto in corsivo o tra virgolette potrebbe essere la fedele trascrizione di un suo esperimento di pensiero o, in alternativa, un’inedita elaborazione affidata alla mia capacità di inter-leggere tra le sue righe. This Last Line Cannot Be Translated – titolo della sua ultima opera e della nostra collaborazione conclusiva manifestata postuma nel Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2019 – docet. Una trava-gliata ricostruzione, studio di varianti e consonanze, filologia ma anche interpretazione. La sua opera, in qualsiasi sembianza si manifesti, è performante e per questo presuppone la capacità intuitiva di ricreare le condizioni che ne permettono la materializzazione. Come per Andrei Tarkovsky, anche nell’oeuvre di Fumai la realtà resta sempre e comunque atmosferica, e deve essere vissuta attraverso le emozioni della protago-nista. È alla sua attribuzione di significato che ogni evento può e deve essere assunto.

«Compagne», «sorelle», «alleate»: questi gli appellativi più frequente-mente pronunciati da Fumai per indirizzare lettere di collaborazione o richieste di aiuto; per invocare personaggi da ospitare e indossare come una seconda pelle. Il suo corpo un travestimento da ri-abitare.

Diversamente dal pagurus armatus in perpetua ricerca di una nuova casa, sono state le dimore ad andarle incontro, a richiedere il suo tramite, sia fisico che spirituale. Il suo corpo è diventato l’ospite, mentre i personaggi si sono alternati e moltiplicati, usandola costantemente come un mezzo senza fine. Sono storie solo apparentemente concluse che ritrovano in lei voce per essere rianimate, ammirate e rilette in un continuo processo di riverberazione e sprofondamenti. «Mi piace molto l’aspetto militante, combattivo, di buona parte delle figure che cerco di incarnare.» Risale al 21 febbraio del 2011 la prima firma digitale che riporta in calce, come dichiarazione di intenti e contestualmente descrizione professionale, l’eloquente frase: «Representing: Annie Jones, Nico Fumai, the Opium Addict, Stars of the East, Metasocialism and other spells». Una galle-ria di personaggi forti accomunati da un bisogno impellente e atavico di riscatto di cui Fumai si presenta in qualità di agente e portavoce, una coniuge consensuale, disponibile e fedele. Una legione che si arric-chisce e si complica nel tempo fino a capitolare nell’ultima lapidaria e onnicomprensiva asserzione in calce alla firma: «Big Enemies Big Honor». La frase, riadattamento del celebre Multos inimicos, honorem multum del De bello Gallico viene ripresa tra gli altri, a parte Mussolini, dal feroce capo di ventura dei lanzichenecchi e generale tedesco del Sacro Romano Impero Georg von Frundsberg, che condusse le truppe imperiali fino alla «novella Babilonia» con l’intento di impiccare il Papa. Una citazione questa che ben si inscrive all’interno della fede poetica sovversiva di Fumai, del suo universo interpretativo anticonvenzio-nale, così come significativamente si manifesta nella conclusiva fase della sua vita durante la quale talvolta lei stessa appariva tra le figure da impersonare, mentre le altre compagne di sventura, marchiate da un profondo rapporto sororale, divenivano ambienti, contesti, atmosfere, strategie d’attacco e di dispiegamento bellico o addirittura campi seman-tici: «NEFANDISSIMA OPERA VENEFICA. Chiara Fumai. Home of Eusapia Palladino, Solanas, Killers Elite, Italo disco, online sermones and ekstatic feminism».  Chissà in quale capitolo di questo personale e demoniaco Compendium maleficarum sarebbero state ricevute in udienza due delle ultime esi-stenze illustri su cui l’artista stava elucubrando. La scrittrice franco- vene ta del XV secolo Christine de Pizan, con la quale condivideva la visione di una città allegorica e ideale, una rete neuronale, un palazzo della memoria esclusivamente al femminile – ma non formata, in Fumai, da nobildonne, bensì dalle sue, sciagurate, sincere e a-virtuosistiche incarnazioni; e la scrittrice inglese, medico, attivista e fondatrice della Loggia prima, poi Società Ermetica, Anna Kingsford. A quest’ultima, colei che «uccise il vivisezionista Louis Pasteur attraverso attacchi astrali», sarebbe stato dedicato il progetto Thunder, proposto per una residenza che non ha avuto il tempo di compiersi presso la Tate St. Ives nella penisola della Cornovaglia. Come Fumai, Kingsford era convinta animalista e fervente sostenitrice del vegetarianesimo in esplicita e radi-cale difesa delle cavie che vedeva torturate presso la facoltà di Medicina di Parigi, in svariati esperimenti che non prevedevano l’attenuante di alcuna anestesia. Un biografo della Kingsford la racconta per ore immo-bile e apparentemente inerte, sotto una pioggia torrenziale sulla via del laboratorio di Pasteur. Conseguenze: polmonite prima e quindi la tubercolosi che la condannò a morte precoce, avvenuta a soli quarantuno anni. Aneddoto a cui, verosimilmente, Fumai fa riferimento quando immagina la teosofa, incline all’evangelizzazione del suo credo, impe-gnata a indirizzare campi energetici contro il celebre chimico e micro-biologo francese. Le date restano ballerine, ma i disturbi apoplettici del luminare ripercorrono una parabola credibile. Si sapeva, d’altronde, che Kingsford, seconda donna inglese ad aver conseguito la laurea in Medicina, era soprattutto esperta di visioni astrali indotte anche attra-verso l’uso di sostanze psicoattive, come il cloroformio. Anche in uno dei primi interventi performativi, inscenato dal vivo in un caldo Ferragosto nel 2011, Fumai, nei panni sia dell’illusionista Harry Houdini che della sua assistente d’eccezione, Rosa Luxemburg, pronunciava un doppio copione sotto forma di non-dialogo, utilizzando frammenti editati ed estrapolati dalla lettera che la rivoluzionaria scrisse a Sophie Liebknecht (1917) mentre era in prigione, poco prima di essere uccisa: «ll testo, profondamente significativo, ma altrettanto controverso, rivela il sen-timento di compassione da parte della teorica socialista nei confronti degli animali, aprendo la strada verso una nuova, visionaria ma sco-moda, utopia». Le protagoniste di Fumai hanno interessi comuni, aspetti simili, anche semplicemente estetici. Condividono attitudini, predispo-sizioni, prospettive, nevrosi. Sono accomunate. Sono sorelle di sangue. Alcune crescono nell’opera e nell’introspezione, altre rimangono spunti, schizzi, valevoli per ulteriori narrative, con o senza spina dorsale. Netta Fornario, per esempio, appare e scompare frettolosamente nel corso nella nostra corrispondenza del 2016. Figlia di un medico italiano e di una signora inglese, aderì all’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, di cui anche il noto esoterista Aleister Crowley faceva parte. Nel novembre del 1929, la trentatreenne, improvvisamente e senza dare spiegazione alcuna, decide di trasferirsi sull’isola di Iona, al largo della costa occi-dentale della Scozia, un luogo considerato tra i più mistici della Terra. Il suo corpo nudo, coperto da profondi graffi non riconducibili ad alcun animale presente sull’isola, fu ritrovato – due giorni dopo la sua scom-parsa – avvolto in un misterioso mantello nero, posizionato sopra una croce scavata nel terreno tramite un pugnale, anch’esso ritrovato sulla scena. Nessuno riuscì a stabilire l’esatta causa della morte. Netta, qual-che giorno prima della scomparsa, aveva confidato alla sua affittacamere di aver ricevuto messaggi inquietanti che le intimavano di aderire a un’altra dimensione. Aveva subìto attacchi psichici che avevano perturbato i suoi corpi energetici e l’avevano spinta a pensare che persone terze avessero manipolato il suo volere. Di lei, di Netta, resta in Fumai solo qualche annotazione: letteratura e dicerie.  Ognuna di queste figure possiede un’empatica connessione con l’artista e la sua storia. «Non sono io a sceglierle, sono loro che vengono a me. Da sole. Attraverso un processo di intuizione che non posso dirigere». C’è stata per lungo tempo e fino alla fine Eusapia Palladino, che in The Book of Evil Spirits ha invocato le «altre» in un espediente narratolo-gico di mise en abyme, in un gioco di scatole cinesi, di dimore dentro la dimora, di sprofondamenti e possessioni, finché la risoluzione dei caratteri lo rendeva possibile – una cifra stilistica spesso adottata da Fumai per favorire la coralità delle sue alleate. «La stimo per l’ironia e l’essere stata fuori da ogni schema […] La medium pugliese analfabeta che si avvalse della fascinazione sessuale per sedurre gli investigatori scientifici, rigorosamente uomini. Tra loro Cesare Lombroso e Charles Richet, entrambi divenuti suoi amanti.» Ma oltre la medium femme fatale, ci sono anche Le Solanas, una cospicua moltitudine di femministe inarrestabili: una soldataglia di figlie affiliate, le sue Assassine. «Siamo noi che andiamo. Slavoriamo senza tregua, pianifichiamo tutto in det-taglio, passiamo ore a travestirci, noi siamo instancabili come gli elfi. Non siamo delle squinternate, magari lo fossimo! Noi abbiamo sempli-cemente scelto la deculturalizzazione come metodo d’azione. Per questo motivo non siamo mai la stessa. Vorremmo comporre un alfabeto che cannibalizzi il linguaggio attraverso quelli che sono i suoi margini, la sua feccia SCUM, i quali corrispondono anche ai suoi limiti. Veniamo parlatA per vivere completamente questa esperienza.» Il loro linguaggio possiede la potenza del fuoco, è incandescente, febbrile, sputato, ma la comuni-cazione può avvenire anche su altri livelli, non verbali. E così il silenzio prolungato diventa altrettanto espressivo ed emotivamente pericoloso. L’algida guida museale di I Did Not Say or Mean “Warning” diligente-mente recita il suo copione illustrando una selezione di opere esposte alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Alcune tele di Giovanni Bellini, Vincenzo Catena e Niccolò Cassana si aggiudicano il primo piano. L’analisi si sofferma su alcuni volti che sfuggono allo sguardo, che sembrano non possedere espressività o spirito vitale nella resa pittorica. Sono volti di donna, modelle viventi, figure ideali, prototipi dall’identità negata o taciuta o nascosta e camuffata dalla storia patriarcale a cui non potevano sfuggire: Nicolosia Mantegna Bellini, Rosa da Scardona e la dogaressa Elisabetta Querini Valier. Di nuovo una duplice, anzi triplice partitura che lentamente eclissa l’accompagnatrice – l’ufficiante del rito – per dare spazio e finalmente parola alle donne ritratte. La narra-zione resta in terza persona, ma il linguaggio è proprio del tempo in cui sono vissute fino al momento in cui un’ulteriore possessione si infiltra e «urla» con il linguaggio dei sordomuti il contenuto vocale registrato in una segreteria telefonica da una terrorista italiana appena prima di commettere suicidio. Il messaggio è proposto in vari frammenti nel corso dell’azione performativa, ma se ricomposti intimerebbero: «Sono conservazione, autoconservazione, la vita quotidiana, adattamento, mediazione del conflitto, il rilascio della tensione, la sopravvivenza degli oggetti del mio amore. Nutrimento, sono tutto questo contro me stessa, contro la possibilità di capire chi sono. Sono precisamente nella mia pazzia, nella mia autodistruzione / E così guardo dentro me stessa e cerco di smettere di pensare a cosa è buono e cosa è cattivo. Cosa è giusto e cosa è sbagliato. E sento il bisogno di distruggermi, di esplodere, di non pensare sempre in una continuità con la mia storia personale / Forse è perché non ho storia. Forse perché tutto quello che vedo essere la mia storia sembra altrimenti un completo messomi addosso che non riesco a togliermi. E così poi comincio a pensare all’atto di esplodere, di andare in frantumi / Significa che non posso sconfiggere la mia rassegnazione e subordinazione se non sconfiggo i nemici che ho smascherato / Se non riconosco la mia ira e non la faccio esplodere con la mia violenza contro l’ideologia e l’apparato di violenza che mi opprime. Se non trovo in altre donne lo stesso desiderio di andare oltre, di attaccare, di distruggere, di abbattere tutti i muri e le barriere». Il loro contorno è disordinato come quello delle nuvole. La materia che le separa è gassosa. Per loro resta difficile rimanere nei bordi. Sono inclini a sconfinare, come se il margine della loro personalità e di ciò che le si muove attorno potesse inaspettatamente e improvvisamente dissolversi, deformarsi, andare in frantumi. Elena Ferrante usa la parola frantumaglia per definire precisamente quello stato d’animo ricorrente nella sua protagonista, «un malessere non altrimenti definibile», un affollamento «di cose eterogenee nella testa, detriti su un’acqua limac- ciosa del cervello»1 – uno stato d’animo condiviso anche dalle Muse di Fumai. Mi ricordo da adolescente di aver avvertito sensazioni simili, di pensare di non avere un percorso, di essere una sorta di «elemento» lungo il tragitto di qualcun altro. Questa sorta di sensazione di mancanza di identità, e di impossibilità di controllo a volte era talmente drammatica da trasformarsi in una vera e propria disgregazione del mio essere. Mi sembrava di frantu-marmi in una miriade di particelle disperse, che non si sarebbero mai più ricomposte. Per sentirmi trattenuto in questa dimensione chiedevo alle persone più vicine di chiamarmi per nome. Come se la nominazione fosse l’unica cintura, l’unica imbracatura che potesse tenermi realmente insieme, che garantisse la mia presenza ed esistenza. Spiegai questa cosa a un’amica e lei mi disse che in realtà questa sensazione di dispersione dell’essere e del corpo veniva considerata, secondo alcune discipline spirituali, un segno di liberazione, di elevazione, una sorta di evoluzione oltreumana. L’essere chiamato per nome mi serviva per rimanere sulla terra, perché avevo paura di volare, mentre solo chi è iniziato riesce a disgregarsi in particelle e librarsi. «Witchcraft with a capital W should be the whole of the Law» è stato il più ricorrente epilogo di ogni missiva digitale, raramente alternato da «Embroidery everyday should be the Whole of the Law».