Federico Campagna

TUNNEL, ASCIA, CAVA, LEPRE:
UN LABIRINTO PER CHIARA FUMAI

 

Parlare dei morti è generalmente sconsigliabile. Facilmente si finisce per trattarli in modo offensivo, riferendosi a essi come se fossero assenti dalla conversazione. E un tale faux pas può avere pericolose conseguenze – perché i morti, proprio come i vivi, non prendono bene le offese. Per punire chi manca loro di rispetto, i morti non esitano a confondere le idee dei vivi, apparendo a questi ultimi sotto false spoglie.  

Se dunque non bisogna parlare dei morti, dovremmo però anche stare attenti a non ignorarli. Perché i morti sono presenti tanto quanto i vivi – e, come i vivi, sono esseri sociali, assetati di dialogo. A quelli di cui non possiamo parlare, possiamo però indirizzare le nostre parole direttamente in forma di dialogo. 

Per questa ragione questo testo è dedicato a Chiara Fumai; non come omaggio a un’illustre assente, ma come lettera indirizzata a una presenza. Questo testo è, naturalmente, solo uno dei due lati della corrispondenza, il cui completamento resta sospeso nell’inudibile oceano in cui i morti riversano le loro parole. Paradossalmente, ci vorrebbe un’altra Chiara Fumai per intercettare la risposta di Chiara Fumai. 

Non saprei dire se la destinataria di questo testo sia presente qui, nell’appartamento in cui sto scrivendo, o se l’atto di scriverle in sé già trasporti questo testo nel luogo in cui lei ora risiede. In un caso o nell’altro, entrambi siamo al contempo ospiti e anfitrioni di questa conversazione e, come la cortesia impone, vorrei iniziare il dialogo evocando un tema di interesse per entrambi.  

In una delle ultime presentazioni pubbliche della tua arte, nel Padiglione Italia della 58a Biennale, il curatore Milovan Farronato inserì le tue opere (non ce la faccio proprio a usare il termine lavori per riferirmi all’arte) nel contesto di un esteso e tentacolare labirinto. Fu una felice decisione, a mio avviso, o quantomeno una decisione capace di accendere in te la scintilla dell’interesse; ancora una volta, una forma di conversazione cortese. È anche una felice coincidenza il fatto che il labirinto sia recentemente emerso come paesaggio metaforico per la tua arte, dal momento che sarà anche il tema di questa sorta di lettera – una lettera lunga e divagante, come quelle che ci si scambiava all’epoca di Christine de Pizan.  

Il labirinto incarna, nella sua forma simbolica, una certa concezione della realtà che ho visto trasparire spesso nelle tue performance: l’idea della realtà come dimensione continua, piuttosto che discontinua. 

Se dovessimo ripercorrere la storia del pensiero a partire dall’antichità, vi potremmo rinvenire una dinamica costante fra queste due concezioni. Da un lato, esiste una visione in base alla quale la realtà è un campo discontinuo: le cose sono essenzialmente separabili e l’esistente può essere infinitamente suddiviso in particelle discrete. Stando a questa visione, l’atto di separare la realtà – in quanto effetto della razionalità applicata – è esso stesso il solo elemento di verità nel mondo. Quando avremo incontrato l’«atomo» assoluto, la cosa non potrà essere ulteriormente divisa, e solo allora avremo incontrato la Verità. Fino ad allora, tuttavia, il processo di taglio e divisione è l’approssimazione più esatta a essa che abbiamo. Inutile dire che l’infinità della divisione è implicita nel processo stesso e che, dunque, un atomo in quanto tale non potrà mai essere trovato procedendo in questo modo…

Dall’altro lato, ci sono sempre stati quanti hanno considerato la realtà come essenzialmente continua: una dimensione in cui le interruzioni sono accidenti, invece che segni del trionfo della razionalità. Stando a questa visione, la verità sulla realtà non si ottiene separando, ma unificando. Ho avuto l’impressione, guardando le tue performance e osservando come il tuo pensiero traspariva attraverso la tua arte, che anche tu condividessi questa particolare concezione della realtà. Spero ti interesserà seguirmi in un esame più attento degli aspetti metafisici impliciti in questa visione, e del modo in cui questi stessi inevitabilmente conducono quanti adottino tale concezione verso il simbolo del labirinto. 

Diversamente dalla loro controparte «discontinua», quelli che credono nella continuità della realtà possono contare su un punto di arrivo risolutivo per la loro indagine. Il processo di unificazione non è infinito e quindi non lo si può confondere con la verità stessa: la sua conclusione naturale sta nel completamento del Tutto. Solo la Totalità è la Verità – una Totalità che è coincidentia oppositorum, comprensiva di infinità e finitudine, eternità e tempo, uno e molti – e la Totalità dell’esistente è una prova tanto oscenamente palese, quanto le divisioni che sembrano separare entità distinte. Forse la ragione dell’invisibilità del Tutto, per alcuni osservatori, sta proprio nell’intensità della sua evidenza.

Quando la realtà è vista come un Tutto, la cui verità ed esistenza precedono le varie manifestazioni individuali, la sua composizione assume una forma peculiare: il labirinto. Il suo bizzarro dipanarsi ha spesso condotto verso interpretazioni del labirinto sotto il segno della paura, come se le sue spire fossero trappole piazzate al solo scopo di divorare chiunque vi entri. Ma non è necessariamente così. Costruito all’origine come prigione – stando al mito – il labirinto ben presto rivelò la sua natura di percorso iniziatico: si potrebbe argomentare che il labirinto in realtà non sia stato costruito per il Minotauro, ma per Teseo.

In questo senso possiamo interpretare una delle possibili etimologie della parola labirinto: dal greco labirion, «tunnel sotterraneo». In quanto forma incarnata di una realtà continua, il tunnel è lo spazio vuoto, il palcoscenico sul quale ha luogo la performance della vita. Se il corso della vita potesse mai avere un’ambientazione specifica, questa potrebbe essere individuata, come nel viaggio dell’eroe mitico, solo nello spazio offerto dal labirinto. Se la realtà è continua, e se il suo completamento sta nel Tutto, allora nulla mai potrà esistere se non fra le sue spire. Tutti gli eventi, tutte le immagini, gli oggetti, le avventure che sono già stati, o che saranno, stanno già-sempre avendo luogo all’interno del labirinto. Filtrata dalla struttura del tunnel, con le sue svolte e i suoi punti ciechi, la cacofonia della simultanea esistenza di tutto si attutisce in un mormorio sottile – quasi una musica, per quelli che possono sentirla.

In effetti il labirinto, che è in sé il vuoto, non è mai privo di presenze. Al suo interno non solo vi è l’eroe, ma anche tutte le altre cose, in costante movimento tra le sue spire. L’eroe percepisce il labirinto come infestato da qualcosa, un qualcosa di cui il Minotauro, nella sua mostruosità, è la perfetta rappresentazione simbolica. Per evitare di abusare della figura del Minotauro – che merita un po’ di riposo, dopo millenni di evocazioni metaforiche – è possibile prendere in prestito un’altra immagine per rappresentare la presenza che infesta il labirinto. Invece che nella mitologia arcaica, potremmo cercarla in quella mitologia moderna che va per il nome di filosofia: la nozione concettuale di senso.

Se la Verità è il Tutto, dove tutte le cose sono sempre e già incluse, allora il senso va trovato tra i suoi confini. Ma il senso, come la felicità, non fa parte del catalogo degli oggetti: il senso non è una cosa, dal momento che, diversamente dalle cose, non è vincolato a nessuna specifica posizione nello spazio. Il senso può emergere rispetto a qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, ed è risultato di una particolare relazione epistemologica che un certo punto di coscienza – un soggetto – ha con ciò che lo circonda.

Per poter rintracciare il momento in cui emerge il senso, è necessario tenere in considerazione che, in una concezione della realtà come un Tutto continuo, la razionalità smette di coincidere con il processo di tagliuzzamento dell’esistente, diventando invece un modo attraverso cui «contare» le popolazioni eterne del labirinto. Allorquando il soggetto si senta soddisfatto del numero di esistenti individuali che ha contato, può decidere eventualmente di compiere un ulteriore salto epistemologico: il passaggio dalla molteplicità all’unità. Questa è la scoperta pitagorica del numero «uno», in quanto ontologicamente unico tra tutti i numeri. Questo contare-fino-a-uno include tutte le differenti presenze di cui il soggetto può esser testimone, la totalità di tutti gli altri esseri, compressi nell’unità di «una» super-entità che tutto comprende. Lì, e solo lì, nella loro interezza, sta la loro verità: il loro «senso». In ognuno di essi, il senso della loro totalità può manifestare il «senso» della cosa – che è, dopo tutto, lo stesso senso di tutte le cose. 

Il «senso» è il risultato del contare tutti gli esseri osservabili come un’unica totalità di «senso». Ma questa totalità non va confusa con la Totalità che tutto comprende: che comprende tutti gli altri, così come il soggetto stesso. Il «senso» è dato dalla totalità di tutto eccetto il soggetto – è il risultato di uno sguardo che guarda verso l’esterno, che tutto include nel proprio orizzonte, eccetto se stesso. Da qui la mostruosità del Minotauro, che in modo efficace rappresenta tutti gli altri, tutto ciò che è «altro», condensati in un unico corpo. 

Questa separazione, creatrice di senso, tra se stessi e il resto – per quanto possa risultare fallace all’interno di una visione che vede la realtà come un Tutto continuo – è già implicita nella forma stessa del labirinto. Una seconda possibile etimologia del termine può aiutare a mettere a fuoco questo punto con maggiore chiarezza: la parola greca labrys, «ascia bipenne». Effigie reale e sacerdotale nella Creta minoica, l’ascia bipenne simbolizza questo apparente paradosso per cui il labirinto contiene in sé la propria negazione. La separazione è possibile all’interno di una concezione continua della realtà e in una certa misura è anche necessaria: la sua relazione negativa con il Tutto continuo è esattamente ciò che permette il movimento delle entità che lo popolano. Come succede nei racconti popolari, sono la perdita e gli errori a fare da propulsore affinché la ricerca abbia inizio. La separazione indotta dalla ricerca del «senso» sprigiona, nel paesaggio in cui ha luogo l’avventura, una strana, infausta atmosfera. Man mano che l’eroe procede alla ricerca del «senso» dentro il labirinto, le pareti dei suoi corridoi si sbarrano, trasformandosi in un’impenetrabile muraglia di tronchi e fogliame che bloccano il cammino attraverso la foresta. 

Questo è, forse, il momento più pericoloso di tutta l’avventura esistenziale: circondato da un garbuglio impenetrabile di rami e rovi, l’esploratore potrebbe avere la tentazione di ricorrere all’ascia bipenne e iniziare ad aprirsi nuovamente una strada attraverso la foresta a forza di fendenti. Proprio nel momento in cui è ormai prossimo all’avvicinamento finale, potrebbe così cedere al richiamo della discontinuità e alla promessa di una razionalità netta, sfrondata da ogni ambiguità e senza contraddizioni. Molti avventurieri si perdono, giunti a questo punto, e in una manciata di secondi si ritrovano catapultati di nuovo all’inizio del viaggio. Solo quelli che non hanno smesso nemmeno per un istante di credere fermamente nella continuità della realtà, deponendo l’ascia, possono procedere, entrando più a fondo dentro la contraddizione che è al cuore della realtà continua. Non potrei dire con certezza se tu fossi tra questi, finché eri viva; ma una certa ostinata qualità presente nella tua arte, sempre tesa ad attraversare mondi e tempi e identità, mi fa credere che avresti potuto essere fra le loro schiere. E forse lo sei ancora, anche adesso.

Per quelli che resistono alla tentazione di usare l’ascia della ragione per aprirsi una strada nella foresta, il labirinto ha in serbo una nuova sorpresa. Ancora una volta è un colpo di scena già contenuto nella parola – più precisamente nella sua terza possibile etimologia: la radice greca -laf (da cui il latino lapis), che significa «cava di pietra». All’avventuriero che abbia resistito al richiamo del labrys, il labirinto offre lo spettacolo d’una miracolosa trasformazione. Improvvisamente, l’impenetrabile garbuglio d’alberi si immobilizza, trasformandosi in una foresta pietrificata. Non più minacciosi o inquietanti, gli «altri» che costituivano la sostanza del «senso» si rivelano in quanto luogo in cui l’avventuriero può rifornirsi del materiale che gli consentirà di costruirsi, per la prima volta, una propria casa. Gli altri, tutti gli altri, quegli «inferni» viventi così come li definì Sartre, diventano infine la materia stessa di cui è fatto il paesaggio esistenziale di un soggetto. Nel suo essere una cava di pietra, il labirinto della realtà continua è un tesoro tracimante illimitati potenziali di vita – non già una vita qualunque, ma una «buona» vita, una vita che si guarda intorno e si sente a casa. O, ancora meglio, una vita che si guarda intorno nella propria casa e la riconosce come l’estrema «terra straniera». Un qualcosa di non molto distante dal modo in cui, nella tua arte, tu hai abitato le vite e gli spiriti di «altre», immaginarie e materiali, vive e morte, come se camminassi per le stanze della tua casa. 

E fra gli innumerevoli corridoi di questo labirinto-divenuto-casa, penso che anche tu avrai incontrato due spazi perturbanti, come stanze doppie separate soltanto da una tenda. Nello specchio della faccia degli altri si manifesta quel collegamento misterioso che connette ogni «altro» a un soggetto che osserva. Il bel rosso vivo della vita e il pallore della morte che vediamo negli altri sono gli stessi che accendono e spengono le nostre gote. Finalmente, qualcosa appare, nella vasta regione del «senso», che non sia solo dell’«altro», ma anche intimamente nostro. Un’entità gemella che sembra sfuggire alla presa del «senso». La vita e la morte, congiunte come gemelle siamesi, diventano una presenza che cresce sempre più tra i meandri del labirinto della realtà. Afferrarle per un tempo che sia più lungo di un fugace istante sembra impossibile, come un ricordo che ritorna a farci visita, ma solo per un tempo brevissimo. Le vite degli altri, e le morti degli altri, iniziano a pervadere il viaggio finale dell’eroe con la stessa testarda evanescenza di un’atmosfera. Che strana tinta conferiscono alle stanze del labirinto… Viste dal luogo in cui io mi trovo adesso, immagino appaiano diverse rispetto a come puoi vederle tu ora. O forse le stiamo guardando nello stesso momento, ma da due lati diversi – ed è impossibile dire chi fra di noi le veda di fronte e chi di spalle. Se solo potessi ricevere la tua risposta, per sapere da te come le stai vedendo tu adesso.

Mi chiedo in che modo ne osservassi la strana, doppia presenza, quando ancora eri in questa parte del labirinto che chiamiamo «il mondo dei vivi». Se le guardo ora, vedo quella che è forse la presenza più colossale che io abbia mai incontrato fino a ora, ma che è però anche molto difficile da cogliere. Tutto quel che io posso vedere di loro è che sono congiunte, per quanto ognuna di esse resti distinta, e che la loro essenza sembra essere nient’altro che un movimento. Più precisamente, la loro essenza è un movimento della memoria: la vita e la morte, come nostre compagne lungo questo viaggio attraverso il labirinto, emergono come gli opposti movimenti del ricordo, che si allontana e si avvicina all’oblio. Come i mistici orfici ripetevano spesso, è la vita stessa che si fa carico del movimento verso l’oblio, nello stesso modo in cui i corpi avanzano nel loro divenire di entità ineluttabilmente scagliate verso la propria dissoluzione. All’opposto, la forza vitale del ricordo, la sua feroce fuga dalle paludi dell’oblio, è incarnata dalla morte – una morte che non è stasis, ma l’espressione di un inestinguibile desiderio di memoria. La morte come nostalgia, tou nostou algos, il dolore e la tristezza di chi vorrebbe ritornare a casa – ritornare a sentire il labirinto non come una foresta, ma come la propria casa. Così, la vita dimentica se stessa finché non si dissolve nella morte, mentre la morte ricorda a un punto tale da ricostituirsi come vita – di nuovo, come una «buona vita» di familiare estraneità dentro la realtà. Questo è forse il contenuto autentico del Frammento 62 di Eraclito: «Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita».

Mentre il viaggiatore che percorre il labirinto della realtà continua nel suo tentativo di misurarsi con il doppio movimento della vita e della morte, e mentre entra sempre più in familiarità con entrambi i movimenti che sono dentro la sua vita, inevitabilmente inizia anche ad allontanarsi dalla somma totale degli «altri», per andare sempre più verso il pezzo mancante del «sé». Se anche io sono vivo e morto come il resto, che tipo di entità sono, dentro il grande catalogo dell’esistente? Anch’io devo avere una mia faccia – pensa l’eroe viaggiatore tra sé e sé – ma qual è? Sono una pietra, o una nuvola? Sono la farfalla di Zhuangzi, o lo Zhuangzi della farfalla?

In questo passaggio oltre il «senso» e verso il Tutto, il labirinto elargisce all’esploratore che lo percorre un ultimo dono. Glielo consegna ora, ma lo aveva con sé da sempre – come se fosse già dentro la parola, come sua quarta, possibile etimologia: il protogreco leberhis (da cui il latino lepus), che significa «lepre».

Forse di tutta questa lettera lunga e tortuosa questo è il passaggio che per te avrà una maggiore risonanza. La lepre, tra gli animali più cari alle streghe medievali per reincarnarsi, rappresenta nel suo corpo agile alcuni dei tratti caratteristici dei maghi di tutte le epoche. Anche prima dell’epoca in cui la magia diventò un campo autonomo – o piuttosto, l’epoca in cui la magia fu costretta dalla razionalità a cercare riparo nella sua solitaria torre – già al tempo dell’antico Egitto, la lepre era il simbolo e la vittima attorno a cui l’intero labirinto veniva costruito. Nella religione egizia la lepre era la forma materiale assunta dalla divinità femminile Unut. La dea-lepre, insieme alla sua controparte maschile Ununu, era una variazione dell’importante divinità Osiride – Osiride lo psicopompo, che poteva accompagnare le anime nell’aldilà perché egli stesso era già morto una volta. Dopo essere stato ucciso da suo fratello Seth – le antiche divinità egizie potevano morire – Osiride ritornò in vita grazie al potere curativo della sua sorella-sposa Iside. Ritornò in vita – si ri-membrò in vita, potremmo dire – ma l’esperienza della morte non lo lasciò illeso. Il corpo di Osiride-la-lepre era percorso dalle cicatrici che vi avevano lasciato il coltello di Seth e le ricuciture di Iside. Anche la sua mente cambiò: dopo la sua resurrezione, Osiride divenne noto come «il dio stanco». Che strano appellativo per una divinità, che lo avvicina più al Cristo sofferente di Grünewald che alle trionfanti rappresentazioni di un dio pantokrator. Come una lepre, il dio stanco è dunque, infine, l’invisibile filo che connette tutti i tunnel del labirinto – anzi, è alla lepre che dobbiamo l’esistenza stessa del labirinto, la sua rete di tane che ha disseminato qui e lì nel corso del suo vagare.

Qui, nella lepre e nel suo corpo sacrificale, a volte smembrato come quello di Osiride, o di Artaud, a volte ricomposto attraverso un processo magico di cura, qui si trova finalmente la totalità del Tutto. La totalità della realtà, il Tutto, prende forma nelle labirintiche interiora della lepre e da lì è proiettato verso l’esterno, assumendo la forma di quel paesaggio che chiamiamo «realtà» o «mondo». Essa stessa il Tutto, la lepre si guarda intorno, e intorno a sé vede soltanto il proprio riflesso – come questo, come quello, come ognuna delle presenze e dei «sensi» che popolano il labirinto. Improvvisamente, la sua avventura cambia ritmo, trasformandosi nella concitata inattività dell’autoriflessione. Non sa più se sta guardando fuori da sé o dentro di sé, perché in ogni dove vede riflessa la Totalità – il luogo, il labirinto, in cui tutte le cose diventano e rimangono sempre possibili. Ogni cosa risplende nel corpo di ogni cosa, come una costellazione di stelle (in latino sidera) la cui compagnia ogni cosa eternamente condivide (cum siderare, «contemplare le stelle stando in loro compagnia»). La lepre contempla se stessa in ogni luogo e ogni luogo si contempla nella lepre.

Questo è, almeno, quello che può capitare nel corso di una vita a chi condivida la visione della realtà come un Tutto continuo – una possibile storia del suo viaggio da questo lato della soglia della morte. Non so come questo viaggio prosegua dopo. Qualunque sia la tua avventura adesso, mi chiedo solo se ti abbia afferrata una qualche nostalgia di essere ancora una volta nella costellazione della lepre. Se il ricordo di quando te ne stavi in considerazione delle stelle di questo mondo si sia trasformato in un desiderio (de siderare, «guardare così tanto le stelle» da «rendere le stelle invisibili») di fonderti ancora una volta con loro al modo dei vivi. E se questo desiderio, forse, un giorno non possa tradursi in un ritorno.

Che la tua storia presente sia una storia di contemplazione, o di desiderio, o di attività che rimangono per me sconosciute, colgo l’uscita dalla dimensione labirintica come momento opportuno per congedarmi da questa parte della nostra conversazione. Spero che le mie curiose etimologie e i miei tentativi di spiegare qualcosa che è inesplicabile abbiano destato in te un po’ di interesse o perlomeno che la loro goffaggine ti abbia suscitato un moto di tenerezza. Non so se aspettare una risposta, perché sono ancora nuovo a questo tipo di corrispondenze. Resto da questo lato del testo, per ora, curioso di vedere ancora un po’ di quel che tu hai visto, e di quel che stai vedendo.